Più giro, più parlo con le mie amiche, in pratica più bambini conosco, più mi convinco che esiste una nuova generazione di bimbi.
Il dr. Sears li chiama “high need babies” (termine che ho provato a lungo a tradurre in italiano, ma non sono riuscita a rendere con la dovuta sintesi – “bimbi che hanno molti bisogni” non rende). Non sono convinta che sia proprio così, almeno non per tutti: preferisco chiamarli “Bimbi 2.0”.

Metti Giovanni: è indubbiamente vivace (“fisico”, come ci piace dire ultimamente), ma non è per nulla mammone. Gli piace stare con gli altri bimbi – o meglio, li insegue urlando per poi arrivargli vicino e fargli le carezze o guardarli ammirato – e con le persone.
Chiacchiera con tutti, per quel poco che può, va in braccio anche alle persone nuove, se gli stanno simpatiche, per strada sorride praticamente a chiunque. Ha una spiccata preferenza per tutte le persone anziane, handicappate, strambe o che hanno l’aria triste. Quando mio marito ed io litighiamo, o anche quando percepisce che c’è tensione fra noi, diventa elettrico.
Riesce abbastanza bene ad adattarsi alle situazioni: quando siamo in giro modifica facilmente abitudini e orari per adattarli ai nostri (o a quelli dell’albergo, in questo caso). E’ curioso e reagisce a stimoli che non ci aspetteremmo, fa un sacco di collegamenti non banali.
Dall’altra parte ha bisogno di continue attenzioni, di avere qualcuno vicino, che parli con lui e lo consideri tutto il tempo.

Insomma, alla fine è un bravo bimbo, sensibile, vivace e tanto bisognoso di contatti. Un bimbo 2.0, appunto.

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