Scusate tutti voi che leggete questo post – è uno sfogo. Vi metto al corrente di problemi personali, cosa che non faccio di solito – o quanto meno non così esplicitamente – sperando di avere un po’ di solidarietà (peraltro già ricevuta da marito, figlio, parenti e amici).
Non rivelerò di chi sto parlando nemmeno sotto tortura, ma so già che se legge qua ci si riconoscerà. Bene, se hai la coda di paglia è il caso che continui a leggere, così ti regoli.

Lo so che anch’io spesso scendo dalla mia nuvoletta,
lo so che probabilmente sono più ingenua della maggior parte delle persone,
lo so che sorrido sempre e per quello sembro un po’ deficiente,
lo so che l’ironia (autentica) che faccio il più delle volte non viene capita o viene travisata,
lo so che fare polemica proprio non rientra nel mio stile,
lo so che non esprimo la mia opinione quando non è richiesta o quando so poco di quello di cui si parla,
lo so che fare la mamma a tempo pieno non mi fa una buona pubblicità,
lo so che non mi scrivo in fronte che ho laurea e master, più una ventina d’anni di esperienza in vari incarichi dirigenziali e organizzativi qua e là, anche se per lo più per volontariato…
MA ESSERE TRATTATA COME QUELLA CHE NON CAPISCE NIENTE PROPRIO NON MI VA GIU’.

Sono qua che tremo, perché non capisco perché si debba sempre litigare per far valere le proprie posizioni, e non capisco perché a una mia email letta e riletta per smussare i toni e abbassare le polemiche (tra le 22.30 e le 23.45, fra l’altro, che mi ha comportato uno sforzo notevole) si debba rispondere con una sfuriata.
Oscillo fra la tentazione di rispondere subito con un’altrettanta sfuriata (meritata, ma che mi farebbe sentire in colpa vita natural durante, oltre che rovinare i rapporti, di qualità già scarsa per il mio standard, con l’altra persona), oppure rimuginare per tutta la mattina cosa scrivere e cesellare soffrendo una risposta che comunque verrà scambiata come polemica – e non è detto che non lo sarà.
(Andrei a correre, se solo mi piacesse – stavolta ne varrebbe la pena. Spero che fare le pulizie sortisca lo stesso effetto.)

Mi dispiace, perché stiamo appena appena cominciando un lavoro assieme e già non ci capiamo (cosa peraltro che già da tempo avevo il sospetto sarebbe successa). In più, è un lavoro delicato ed importante, per cui sarebbe necessaria la diplomazia più che la guerra.
Ma tant’è, questo è lo stile del tempo, e questa persona è moderna e io no. Vi dirò, pur di salvaguardare l’essenza e la delicatezza di quello che facciamo, sono anche disposta a lasciarla vincere – per la mia serenità. Però il lavoro non verrà fatto, o verrà fatto male, e questo, per l’appunto, mi dispiace.

Adesso faccio una lunga digressione/riflessione. Leggete se vi va. Il post è comunque finito con quello che ho detto sopra. 😉

Non sono un filosofo, perciò queste teorie si basano sul niente, però ho l’impressione che questa tensione tra guerra e diplomazia, tra conflitto e mediazione, tra la disamina attenta (e perciò lunga, difficile e noiosa) delle cose che vengono dette e la loro semplificazione (breve e veloce, oltre che adatta alla strumentalizzazione) attraversi tutta la nostra società.

Mi limito ad un esempio: guardate i nostri politici. Al di là di quello che possono aver fatto di bene o di male i singoli governi, tra destra e sinistra in questo momento non c’è competizione. Come può competere una sinistra che tenta di capire i problemi, di far capire alle persone come vanno le cose, di tessere reti diplomatiche, di avere una dialettica interna (anche se a volte conflittuale), con una destra accentrata attorno a un leader che ti vende il sogno di poter fare quello che ti pare ignorando quello che ti circonda (a tutti i livelli)?
Quello della sinistra è un processo lungo, faticoso, che richiede sacrifici, ma che (forse) nel lungo periodo paga. Quello della destra è un processo facile e veloce, che nel breve sembra pagare, ma con gli esiti incerti sul lungo periodo.
Detto ciò, chi vince? La risposta mi pare scontata.
[E’ una domanda retorica – non accetto polemiche su questa parte… né tanto meno sulla successiva. Sappiate che cancellerò inesorabilmente tutti i commenti sull’argomento.]

Domenica ho sentito parlare il Patriarca di Venezia. Non l’ho sentito per televisione o in un’intervista, ero là, perciò ho potuto seguire tutto il suo ragionamento.
Diceva una cosa giusta a proposito delle polemiche sugli interventi della Chiesa sulle questioni che riguardano la vita delle persone. Sintetizzo il suo ragionamento come l’ho capito.
Scola diceva che la Chiesa, quando parla delle “cose del mondo”, non cerca la polemica o il conflitto, ma cerca solo di dire le sue idee. Il conflitto è inevitabile quando si decontestualizza il pensiero delle persone e lo si strumentalizza.
Noi (lui diceva “noi cristiani”, ma mi sento di generalizzare) non possiamo impedire questo, purtroppo, ma quello che possiamo fare è ascoltare con attenzione e comprensione le posizioni degli altri, che sono liberi di esprimerle come noi, e non stancarci di raccontare le nostre (ha detto proprio così: “raccontare”), per farle capire e confrontarle con le altre.
In un altro contesto diceva anche che se abbiamo una posizione diversa da quella di qualcuno che ci sta vicino, non dobbiamo né cercare di imporgli la nostra, né accettare automaticamente la sua, ma “tenere più vicina” quest’altra persona, e cercare di fargli capire perché la nostra posizione (=la posizione della Chiesa) è giusta “nel rispetto della persona”.
Bei pensieri, ma difficili. Cercherò di metterli in pratica.

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