Inizio dall’antefatto: Gì ha preso l’abitudine di svegliarsi fra le 4 e le 5 del mattino e chiamare Mamma o Papà. Posto che a quell’ora sono nel pieno del sonno, mi basta quell’urlo per entrare in modalità “standby” e continuare a sentire i suoi movimenti. Perciò anche se l’urlo non è seguito da niente altro, mi alzo, controllo che sia ben coperto, e torno a letto.
E non mi addormento più, se non in maniera molto leggera, disturbata da ogni minimo rumore tipo mio marito che si rigira (o anche Gì, nell’altra stanza), i treni che passano, i camion sulla strada, e le moto sull’autostrada (che dista più di 1 km, ma questa è un’altra storia).

Insomma, oggi pomeriggio avevo BISOGNO di dormire. Gì a letto stanco, con speranza di un sonno lungo, mi sono avvolta nella mia coperta preferita, e accomodata sulla mia Poang. E infatti mi sono addormentata subito. Se non che, dopo sì e no mezz’ora (erano le 13.45) UMPZZZZZZZZZZZZZZ, una trapanata dritta dritta al cuore del mio sonno. Pensando a un’occasionale riparazione, ho rimboccato la mia copertina e mi sono riaccomodata, se non che TOMP TOMP TOMP… TOMP… TOMMMP… noooo!!! Il martello noooo!!!

Mi sono trasformata nella versione Hulk di me stessa e ho emesso un urlo disumano: “ALLE DUE DEL POMERIGGIOOOOOOOOOOOO!” (Mio marito giustamente è accorso e mi ha fatto notare che avrei svegliato anche Gì, se continuavo in quella maniera.)
Purtroppo la versione Hulk di me stessa, per quanto mi ci impegni, è solo marginalmente più muscolodotata dell’originale (chi mi conosce sa di cosa parlo), e non è atta a sfondare pareti e maciullare vicini. Perciò sono tornata all’originale, e per quanto arrabbiata ho deciso di darmi un contegno. Tornare a dormire era impensabile, perciò non mi è rimasto altro che ciondolare con in mano una tazza di thé forte (e dal gusto terribile, vista l’acqua che c’è da noi ultimamente) e darmi alle riflessioni sociologiche:

sto diventando intollerante. Con tutti o quasi.
O meglio, tutti o quasi, secondo i miei canoni, stanno ammattendo.
Credo che la filosofia del rispetto dell’altro, che ci veniva instillata ai tempi della mia infanzia, abbia lasciato il posto a un pensiero del tipo: “Io pago (o sono a casa mia, o ho bisogno di certezze, o metteteci quello che volete) e faccio quel che voglio.”
Perciò diventano normali le martellate alle 2 del pomeriggio da parte del vicino-bricoleur, ma anche la catena messa all’improvviso nel parcheggio sotto casa (pubblico, peraltro), gli allarmi per gli zingari che rubano i bambini al centro commerciale da parte della persona superimpegnata nel sociale, il camper installato perennemente nel parcheggio condominiale, i bimbi senza seggiolino, i cani di grossa taglia lasciati liberi al parco nonostante l’esplicito divieto, il sorpasso in pieno centro da parte del consigliere comunale, la coppia di lunga data che mantiene residenze separate e non si sposa nonostante i figli per mantenere i privilegi del genitore-singolo-che-lavora, qualcuno che predica giustizia e legalità e non allaccia le cinture della macchina… e sto citando solo gli esempi che ho sottomano!
Cosa facciamo noi? Cerchiamo di rispettare le regole e gli altri.
Paga? No, però è più etico, si spera.
Cosa insegneremo a Gì? A fare lo stesso, anche se sarà una filosofia sempre più perdente.

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